Il Green pass dovrà
diventare una rete a maglie strette, uno strumento ancora più efficace per
arginare la circolazione del virus. Mentre la parola d'ordine è spingere sulla
terza dose e insistere per convincere gli indecisi, il governo sta valutando
una stretta sulla certificazione verde. Da un lato - visti gli studi che
certificano un calo delle difese dopo 6 mesi dalla seconda dose del vaccino – si
pensa di ridurre la validità da un anno a sei mesi appunto, oppure a nove, ipotesi
più probabile dal punto di vista della mediazione politica. Dall'altro, si
punta a restringere le opzioni per i non vaccinati che fanno il tampone: l'idea
è escludere l'antigenico, che porta tanti falsi negativi, oppure ridurne la
durata da 48 a 24 ore.
«I limiti della
carta verde» Una stretta che non convince il sindaco di Cagliari, così come non
lo convincono le ipotesi di lockdown per i no vax già attuate in alcuni Paesi e
le restrizioni invocate da diversi governatori (ma il Governo frena).
«Riservare una vita sociale solo a chi ha il green pass non è garanzia di
maggiore sicurezza». Vaccinato con due dosi («Avrei fatto anche la terza»), da
qualche giorno Paolo Truzzu è a casa perché positivo al tampone. «Sto tutto
sommato bene, ho un malessere simile all'influenza».
Il Covid in forma leggera,
«grazie al vaccino che ci protegge dai sintomi gravi della malattia». Il punto,
però, «è che il vaccino non basta, perché ci si può contagiare ugualmente anche
se in misura più ridotta, ed è su questo concetto che ritengo sia necessario
battere perché molto spesso chi ha il green pass ottenuto col vaccino pensa di
poter fare tutto, ma così non è».
L'imprudenza. Per
la verità, anche i no vax credono che il tampone, magari antigenico, li salvi
dal virus, e anzi pensano di essere meglio protetti dei vaccinati. E se
l'imprudenza può esistere da entrambe le parti, bisogna ricordare che a finire
in ospedale, e a levare un posto letto a chi soffre di altre patologie, in
linea di massima è il no vax. «Ripeto, il vaccino è fondamentale, tanto che
imporrei l'obbligo: riduce il rischio di sintomi gravi, contiene la
circolazione del virus, dà respiro al sistema sanitario. Se però lo vogliamo utilizzare
come elemento di discriminazione, da una parte i vaccinati ammessi alla vita
sociale e dall'altra i non vaccinati in lockdown, starei molto attento: non è
detto che questo aumenti la sicurezza generale». Il punto, conclude Truzzu, «è
che bisogna continuare a rispettare le regole. Non solo: è necessario fare
periodicamente il tampone. Anche se si è vaccinati».
Una vita normale. Germano
Orrù, biologo molecolare dell'Aou di Cagliari e docente della Facoltà di
Medicina, dice che «il green pass andrebbe dato solo ai vaccinati». Al limite
anche a chi fa il tampone molecolare, sottolinea, «ma andrebbe escluso
l'antigenico: ha una sensibilità bassa, possono sfuggire molti positivi». Il
problema, sottolinea, «è che abbiamo una percentuale elevata di persone che
rifiutano il vaccino e, d'altro canto, se vogliamo tornare a una vita normale dobbiamo
raggiungere almeno il 90% di vaccinati. Se non raggiungiamo questa massa
critica rischiamo di chiudere, anche perché con l'arrivo del freddo il nostro
sistema immunitario si indebolisce e i virus respiratori, tra cui quello
influenzale e il Covid, ne approfittano. Un rischio che pesa soprattutto sui
non vaccinati, cioè coloro che finiscono in ospedale anche con sintomi gravi».
I danni del tampone.
Meglio vaccinarsi, avverte Orrù, «anche per un motivo che pochi spiegano. I no
vax, che ricorrono a un tampone dopo l'altro, devono sapere che stanno facendo
un'operazione invasiva che incide sui tessuti nasali alterandone il microbiota.
Questo è una difesa, una comunità di batteri buoni che vivono in equilibrio con
l'ambiente che li ospita. Qual è il rischio? Che ci si espone alle infezioni
respiratorie senza un'adeguata barriera».
Piera Serusi
Articolo tratto da L’Unione Sarda delk 23.03.2020
-----------------
Federico Marini
skype: federico1970ca
Nessun commento:
Posta un commento