domenica 7 gennaio 2024

Tempio a pozzo. Sa Brèca. Tertenia. Sardegna. Di Naty Guì (Nuraviganne)


Il sito di cui vorrei parlarvi, si trova nella Sardegna centro-orientale, caraterizzato da spiagge bellissime che ci regala delle emozioni uniche raccontando un glorioso passato. Il sito di Sa Brecca é composto da un tempio a pozzo, alcune capanne accessorie e forse i resti del recinto sacro. Tutto intorno, a cornice, montagne e tanto verde. La prima cosa che si può notare é il vestibolo rettangolare, sulla destra conserva ancora il bancone sedile, che ti immette nella scala di dieci gradini.

 

Si percorre quindi un piccolo ambiente trapezoidale, fino ad arrivare a quel che doveva essere il secondo accesso, ormai ostruito da crolli, ma sporgendosi si può vedere, tra le macerie, una parte della scala con copertura a gradini rovesciati. Il pozzo si sviluppa in profondità per circa 40 gradini, una camminata dentro la madre terra per poi giungere all'acqua sacra . Purtroppo questa zona terminale non è accessibile per il crollo descritto.

 

Uscendo da questo ambiente e proseguendo verso la parte superiore e posteriore si può godere della porzione absidata del pozzo, facendosi spazio fra un cespuglio si può osservare un piccolo corridoio ancora da scavare che immette in una seconda camera quasi del tutto intatta senza scala di accesso. Il mio cuore trema per le emozioni indescrivibili che vivo, ma quanta fortuna abbiamo nel poter godere di questa meraviglia?

 

Penso a come dovesse essere stato il sito in tutto il suo splendore: due camere sovrapposte, falsa cupola, tetto a doppio spiovente, la scala profondissima, un' area curata, con la o le sacerdotesse a officiare arcani riti, luogo di incontro fra genti di diverse zone, di patti stretti e decisioni importanti, di pasti condivisi...

 

Sono ancora emozionata solo per aver rivisto tutto nella mia mente. Vicino al pozzo c'è una bellissima capanna delle riunioni, nel cui perimetro interno corre il bancone sedile, la capanna è dotata anche di un altare- focolare al suo interno. A poca distanza si trova il villaggio, mai oggetto di indagine.

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Gli scherzi della pubblica amministrazione. Di Lucia Chessa.

Ricevo dall'INPS una lettera. Mi si informa che una mia istanza del 2016 è stata rigettata "per le seguenti motivazioni"... segue uno spazio bianco. E poi: "avverso tale atto la SV può presentare ricorso..." La prima reazione è cercare di ricordare cosa mai ho chiesto nel 2016 che non mi è stato dato, la seconda è rendermi conto che sono passati 8 anni, la terza è cercare di capire cosa significa uno spazio bianco al posto delle motivazioni, la quarta è cercare un numero di telefono, che non c'è, accanto al nome del funzionario che firma l'atto.

 

Allora mi viene in mente una persona. È gentile e di grande esperienza per avere a lungo, in passato, lavorato all'INPS, e penso di potermi rivolgere a lei per capire cosa mai vogliono comunicarmi con quella lettera assurda, bene intestata e con miei dati precisi. Vengo a conoscenza che a volte, sua maestà il "Sistema " produce atti senza senso come quello arrivato a me, e che per bloccarne l'invio ci vorrebbe un sacco di tempo incompatibile con i carichi di lavoro degli impiegati

E già. Anni di continuo sparare ad alzo zero contro i dipendenti pubblici. Anni in cui sono stati qualificati come fannulloni a prescindere, anche quelli che si fanno il mazzo rinunciando alle ferie, accumulando straordinario non retribuito e, a volte, senza neanche riuscire a staccare, con la testa, quando si torna a casa. Una maldestra, confusa e stupida digitalizzazione (qualcosa potrebbero bene raccontare gli insegnanti di sua maestà "L’Algoritmo" che regola la loro vita) ha posto come premessa che si potesse fare sempre più a meno degli uomini e delle donne.

 

Il risultato evidente è una pubblica amministrazione che sta implodendo. Distante è inaccessibile. Con servizi peggiori di sempre, lavoratori vessati, sacche di sfruttamento vero e proprio e molti disoccupati in più.

 

PS. Potrebbe sembrare fuori tema ma non lo è del tutto. Diffidate da chi, invece di promettertvi medici, vi sta proponendo case della salute e telemedicina . Buongiorno

 

Lucia Chessa.

 

venerdì 5 gennaio 2024

Peppino Impastato e Giuseppe Fava, vittime di mafia. Di Vincenzo Maria D’Ascanio


 

(05 gennaio 1948) nasceva Peppino Impastato, da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La sua è una famiglia complice dell’ordine mafioso locale, sistema che lo stesso Peppino tenterà di scardinare nell’arco di tutta la sua breve esistenza, mediante una temeraria lotta condotta pubblicamente, con iniziative politiche e sociali a sostegno della legalità. Questo suo attivismo contro la mafia lo porta a scontrarsi spesso col padre, fino all’inevitabile allontanamento dalla casa paterna quando era ancora molto giovane.

 

Nel 1965 fonda “L’idea socialista”, un giornale di denuncia che dopo poche pubblicazioni sarà sequestrato, evidentemente ritenuto “scomodo” per qualche personaggio influente, che governava amministrazione e polizia locale. In quegli anni Peppino partecipa alle manifestazioni di protesta al fianco dei disoccupati e dei contadini ai quali vengono espropriati i terreni per avvantaggiare il corrotto sistema edilizio, compresi quelli riguardanti la costruzione dell’aeroporto, interessi facenti capo, naturalmente al potere mafioso ed al clan di Gaetano Badalamenti.

 

Nel 1976 promuove la formazione di un’associazione culturale “Musica e cultura”, che abbina il divertimento giovanile a dibattiti ed iniziative culturali. Un anno dopo fonda la celebre “Radio Aut”, un’emittente radiofonica libera dai cui microfoni Peppino opera un’audace ed ironica azione di denuncia nei confronti dei boss locali, in particolare del capomafia Gaetano Badalamenti (da lui chiamato “Tano Seduto”, colpendo l’uomo d’onore proprio nell’onore), e dei traffici di droga gestiti da questi ultimi grazie al controllo dell’aeroporto di Palermo.

 

Nel 1978 Giuseppe “Peppino” si candida alle elezioni comunali di Cinisi nella lista di Democrazia Proletaria, ma nella notte tra l’8 e il 9 maggio di quello stesso anno viene barbaramente ucciso, legato ai binari ferroviari, una carica di tritolo è sistemata sotto il suo corpo. Inizialmente la stampa e la magistratura lo dipingono come un possibile attentatore, rimasto vittima del suo stesso atto terroristico. Tuttavia le circostanze della morte non lasciano spazio a fraintendimenti, ma la mafia vuole uccidere Peppino in due modi: prima togliendoli la vita, e poi dandogli l’etichetta di terrorista.

Due procedimenti giudiziari nei confronti di Gaetano Badalamenti, accusato di essere il mandante dell’agguato a Peppino Impastato, si concludono con altrettante archiviazioni, nel 1984 e nel 1992. Soltanto nel 2002 la Corte di giustizia italiana condanna Gaetano Badalamenti, detto “Don Tano”, all’ergastolo per l’omicidio di Peppino. Nei giorni successivi all’assassinio i concittadini di Cinisi votarono il suo nome, eleggendolo simbolicamente nel consiglio comunale. Oggi centri e associazioni continuano a combattere la mafia in suo nome: e ci sono istituti e luoghi pubblici intitolati a lui, per fortuna l’Italia è anche questo.

 

(05 Gennaio 1984) La mafia uccide Giuseppe Fava

Ore 22.00, lo scrittore, giornalista e sceneggiatore Giuseppe Fava viene ucciso da 5 proiettili alla nuca. A sparare è la mafia. Nato il 15 settembre del 1925 in provincia di Siracusa, Fava affianca al giornalismo una brillante carriera di drammaturgo: il film “Palermo or Wolfsburg”, tratto dal suo romanzo “Passione di Michele”, vince l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1980.

Nello stesso anno, gli viene affidata la direzione del “Giornale del Sud” e ne fa un quotidiano coraggioso, in prima fila nel denunciare le attività mafiose a Catania.

Licenziato dal “Giornale del Sud”, continua la sua campagna antimafiosa sulla rivista “I Siciliani” , in cui pubblica l’anno prima un’inchiesta-denuncia (“I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa”) sui collegamenti fra quattro importanti imprenditori catanesi e il clan di Nitto Santapaola.

 

Inizialmente, viene attribuito all’omicidio un movente passionale o economico (per le difficoltà in cui versava la rivista); solo successivamente la magistratura valuta il ruolo di Fava nella denuncia dell’attività dei clan e nel 1998, il processo “Orsa maggiore”, si conclude con la condanna di Nitto Santapaola all’ergastolo come mandante dell’omicidio.


Vincenzo Maria D’Ascanio


giovedì 4 gennaio 2024

(04 Gennaio 1947) Accursio Miraglia è assassinato dalla mafia. Di Vincenzo Maria D'Ascanio.


 

(04 Gennaio 1947) 75 il segretario della Camera del lavoro di Sciacca, Accursio Miraglia, viene assassinato dalla mafia, poco distante dalla porta della sua abitazione. Il sindacalista entra nel mirino del braccio armato dei grandi latifondisti perché voleva che fossero assegnate ai contadini poveri le terre incolte, e suddividere così le grandi proprietà terriere.

 

A volere la sua morte però non è stata solo la mafia. La mafia ha sparato, ma l’omicidio di Accursio Miraglia è gemellato con la strage di Portella della Ginestra. Molti documenti riportano il fatto che, da parte dell’America, ci fu il tentativo di silenziare la strategia comunista. Il tutto nacque col patto di Yalta e la divisione del mondo in Oriente e Occidente, da un lato la Russia e dall’altro Gli Stati Uniti.

L’Italia, terra degli americani, stava di fronte a Grecia e Albania, ad un passo dal blocco orientale. Il confine era l’Adriatico e il luogo ideale per piazzare gli armamenti americani era proprio la Sicilia, che al tempo però era comunista e quindi rappresentava un pericolo. Il problema andava risolto e la mafia, durante quegli anni, è stata manovalanza utile per controllare il territorio, infatti finita la guerra tutti i capimafia divennero sindaci dei rispettivi paesi.

 

In questo quadro deve essere inserita l’azione di uomini come Accursio Miraglia, sostenitore del Comitato di Liberazione di Sciacca congiuntamente a un grande uomo saccense, il futuro senatore della Repubblica Pippo Molinari, creando con lui i comitati d'intesa democratica. È in questo periodo che Miraglia cominciava a diventare parte attiva della vita politica sia provinciale che locale, partecipando alla costruzione del Partito Comunista Italiano.

 

Egli riuscì a creare e a dirigere la prima Camera del Lavoro siciliana, nata appunto a Sciacca. Organizzata affinché potesse sostenere lo spirito comunitario e i diritti dei lavoratori, la Camera del Lavoro saccense fu un esempio, così come lo era stato il Comitato Antifascista di Sambuca di Sicilia, per i nascenti sindacati e sindacalisti che purtroppo avranno un futuro pieno di lacrime e ingiustizie. Uomini come Miraglia e Domenico Cuffaro (presidente del Comitato Antifascista di Sambuca e futuro dirigente della Camera del Lavoro saccense) crearono i presupposti del risveglio del popolo siciliano, e le loro lotte ebbero eco in tutta l’isola e oltre.

 

Non approfittò mai della sua posizione, il suo ultimo incarico fu quello di presidente dell'ospedale di Sciacca e anche lì seppe agire in maniera onesta, diventando un esempio di diligenza e integrità. I medici, le suore e gli infermieri, la sera del suo assassinio, ricambiarono l'affetto permettendo alle sue spoglie di rimanere intatte per quattro giorni. Le veglie funebri furono due, una organizzata presso l'ospedale, l'altra presso la sede della Camera del lavoro.

 

Alla base del monumento dedicatogli dal popolo di Sciacca, ideato dal noto pittore e scultore Filippo Prestia, vi è una frase dello stesso Miraglia, che richiama il valore della fratellanza, che nella società odierna tanti, troppi non considerano più realizzabile in una società dominata dal materialismo e dall'individualismo. La frase, riportata in un lavoro del nipote di Miraglia, dice: «Io non impreco e non chiedo alcuna punizione. Io che ho tanto amato la vita, chiedo ad essa di vedere pentiti coloro che ci hanno fatto del male».

Ecco anche il suo ultimo importante monito che diede all'ultimo comizio che tenne a Sciacca: «La forza dell'uomo civile è la legge, la forza del bruto e del mafioso è la violenza fisica e morale. Noi, malgrado quello che si sente dire di alcuni magistrati, abbiamo ancora fiducia nella sola legge degli uomini civili, che alla fine trionfa nello spirito dell'uomo che è capace di sentirne il “Bene”.

 

Temiamo invece la violenza, perché offende la nostra maniera di vedere e concepire le cose. Lungi dalla perfezione e dall'infallibilità, siamo però in buona fede, e non cerchiamo altro che la possibilità di ripresa della nostra gente e in altre parole di dare il nostro piccolo contributo all'emancipazione e alla dignità dell'uomo. È solo questo il filo conduttore che ci ispira e ci porta nel rischio. Non è colpa nostra se qualcuno non lo arriva a capire: non arrivi a capire, cioè, che ci sia, ogni tanto, qualcuno disposto anche a morire per gli altri, per la verità per la giustizia. Attento però a questo qualcuno che da sprovveduto e morto non diventi un simbolo molto ma molto più grande e pericoloso.»

 

Queste sono le parole che il figlio di Accursio Miraglia ha rilasciato in una recente intervista concessa a “La Repubblica”

“Purtroppo, per cinquant’anni, ho visto passeggiare l’assassino di mio padre in giro per Sciacca. La nostra è un’Italia dove la verità non viene mai resa nota e quindi io sono sempre in prima fila per raccontarla e per raccontare Accursio Miraglia, la sua storia, i suoi sogni e la sua lotta. Ho una grande responsabilità, ma che porto con molto orgoglio. Mi faccio testimone della storia di mio padre, di un uomo che ha dedicato la sua vita agli altri.

 

Sapeva che lo avrebbero ammazzato. Quando mia madre gli diceva “Ma Accursio tu hai tre figli” lui le rispondeva “Sì, hai ragione, ma oltre a tre figli ho tutti i poveri della Sicilia, devo pensare anche loro” e al suo “Sì ma ti uccideranno”, Accursio rispondeva “Sì, uccideranno me, ma non la mia storia”. Infatti, tutt’ora esiste la cooperativa Madre Terra, una scuola porta il suo nome, così come molte strade e tanti sono i modi in cui viene ricordato. Nella zona alta di Sciacca, dove vivono i vecchi contadini, alla domanda “chi era Accursio Miraglia?” loro rispondono piangendo. In loro e in tutta la città, infatti, il ricordo di mio padre è ancora indelebile, perché Accursio Miraglia oggi è ancora un simbolo.

 

Vincenzo Maria D’Ascanio.

martedì 2 gennaio 2024

(02 Gennaio 1960) Muore Fausto Coppi. Di Vincenzo Maria D’Ascanio.


(02 Gennaio 1960) Muore Fausto Coppi. A uccidere a quarant’anni “un uomo solo al comando” è il virus della malaria. Il Giro del 1947, le grandi stagioni del 1949 e del 1952, il Mondiale del 1953, lo hanno reso un mito. Il campionissimo se ne va, e il dolore per la sua morte accomuna tutti gli italiani.

 

Soprannominato "l'Airone" è considerato uno dei più grandi e popolari atleti di tutti i tempi. Formidabile passista, eccezionale scalatore, e dotato di un buono spunto veloce, era un corridore adatto ad ogni tipo di competizione su strada. Leggendaria fu la sua rivalità con l'altro campione Gino Bartali, che divise l'Italia nell'immediato dopoguerra (anche per le presunte diverse posizioni politiche dei due: Coppi, presunto comunista, Bartali democristiano).

 

Celebre nell'immortalare un'intera epoca sportiva - tanto da entrare nell'immaginario collettivo degli italiani - è la foto che ritrae i due campioni mentre si passano una bottiglietta durante una salita al Tour del 1952. Non si saprà mai chi "passava" la bottiglietta: Bartali, intervistato sulla questione, si rifiutò sempre di dare la sua versione del fatto.

 

Fausto Coppi nasce a Castellania, in provincia di Alessandria, il 15 settembre del 1919. I suoi genitori sono proprietari di un piccolo terreno con cui riescono a malapena a mantenere la famiglia. Fausto non ha nessuna intenzione di fare il contadino e a tredici anni fa il garzone in una salumeria di Novi Ligure. Nasce qui l'amore per la bicicletta. Fa la spola fra Novi e Castellania e viene segnalato a Biagio Cavanna, che gestisce una scuola di ciclismo e gli insegna il mestiere.

 

Nel 1940, al suo esordio al Giro d'Italia, vince fra la sorpresa generale. Ha 21 anni: Coppi era nel fiore della giovinezza quando il Duce chiamò il popolo italiano alle armi da palazzo Venezia; era il 10 giugno 1940 e Coppi fu richiamato alle armi per partecipare come fante della Divisione Ravenna alla campagna del Nord Africa, conobbe una lunga prigionia e non poté pedalare seriamente per molto tempo.

 

 

Il 7 novembre 1942 stabilisce il record mondiale dell'ora. Nel 1946, ingaggiato dalla Bianchi, vince la Milano-San Remo. L'anno dopo, il suo secondo Giro d'Italia. Diventa ricco. Ha le gambe lunghe e sottili, il torace ampio e lo sterno sporgente come un uccello. Sembra fatto apposta per completare la bici. Ma è, soprattutto, un eroe accessibile. Come scrive Gianni Brera, fa parte della razza dei contadini che diventano famosi senza mai riuscire a liberarsi da quel loro peccato originale, dai secoli di miseria e di umiliazione. Per questo l'Italia spera per lui.

 

E lui rivoluziona il sistema di preparazione del ciclismo agonistico. Nel 1949 vince tutto: la Milano-San Remo, i giri di Romagna, del Veneto e di Lombardia, il campionato italiano su strada e quello mondiale d'inseguimento. Ma soprattutto compie una delle più clamorose imprese di tutti i tempi: l'accoppiata Tour de France e Giro d'Italia. Nasce il mito del 'campionissimo'. Ripete la stessa impresa nel 1952, e nel 1953 vince il Giro d'Italia per la quinta e ultima volta. La sua carriera finisce qui, nell'Italia di Peppone e Don Camillo.

 

Vincenzo Maria D’Ascanio


martedì 26 dicembre 2023

A spasso con la nebbia. Nuraghe Littiu (Seneghe, Oristano, Sardegna) Di Natalia Guiso (Su Facebook Naty GuìNuraviganne)


 


 

 

L'esplorazione di questo bellissimo nuraghe è stata davvero particolare. Partiti dal parcheggio con un bel sole, in pochi minuti questa giornata ha mutato i suoi colori e durante la camminata, attraverso una natura ormai secca, una coltre di nebbia ci ha raggiunti ed accompagnati durante tutto il percorso. Dinanzi a noi, Lithu. Siamo rimasti fermi per alcuni minuti ad osservare il silenzioso gigante.

 

Alto 9 metri, é stato costruito con grossi conci in basalto che rendono la struttura mastodontica. La sua posizione permette una vista su tutta la vallata del riu Maistu Impera, del golfo di Oristano e della pianura del Campidano. La sensazione nel varcare l'ingresso, percorrere il corridoio ed arrivare a poter ammirare la copertura a tholos è straordinaria, la percezione di potenza e della raffinata tecnica costruttiva è incredibile.

 

Nella camera principale si trovano due nicchie, subito dopo l'ingresso invece, sulla sinistra, si può risalire la stupenda scala elicoidale e accedere a quella che probabilmente era la seconda camera. La sensazione in cima é di assoluta libertà. Penso e sono sempre grata di poter vivere in un' isola nella quale é sufficiente uscire di casa per poter visitare questi Luoghi stradinari.

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Di Natalia Guiso









Il Natale nella cultura e nella tradizione sarda. di Francesco Casula.


 

Nella tradizione sarda, quando la civiltà industriale e commerciale ancora non aveva soppiantato quella contadina e agropastorale, il Natale costituiva un importante e significativo momento di aggregazione, ideale per ribadire e talvolta ripristinare la coesione del nucleo familiare temporaneamente incrinata dai vincoli derivanti dal lavoro in campagna.

 

Il Natale basato sul messaggio di fede e speranza, si contrapponeva positivamente alla solitudine degli altri periodi dedicati alla produzione del reddito, quando, per molti mesi all’anno, il capo famiglia era costretto a vivere in freddi ricoveri di montagna, lontano dalla propria casa e dai propri cari. Il momento cardine che sanciva la ricomposizione di ciascuna famiglia e la ripresa dei contatti umani, era proprio la notte della Vigilia, definita dalla tradizione Sa notte ’e xena (notte della cena).

 

In quest’occasione, il caminetto rappresentava il centro delle attività di ciascuna famiglia e, quindi, il punto di emanazione del calore necessario a mitigare le fredde temperature invernali. Per questo motivo, era consuetudine predisporre per le festività natalizie, un grosso ceppo appositamente tagliato e conservato Su truncu ’e xena o cotzina ’e xena. Un’atmosfera descritta in “Miele Amaro”, ripensando alla sua Orotelli, da Salvatore Cambosu: «Certo, ci vuole proprio un villaggio perché un bambino come Gesù possa nascere ogni anno per la prima volta. In città non c’è una stalla vera con l’asino vero e il bue; non si ode belato, e neppure il grido atroce del porco sacrificato, scannato per la ricorrenza. In città è persino tempo perso andar cercando una cucina nel cui cuore nero sbocci il fiore rosso della fiamma del ceppo».

 

Proprio accanto al piacevole tepore emanato dal fuoco l’intero gruppo familiare consumava i prodotti tipici sardi della tradizione pastorale come l’agnello o il capretto arrosto con annesse frattaglie (su trataliu e sa corda), formaggi sardi e salsicce sarde ottenute da su mannale, il maiale allevato in casa. Secondo questa consuetudine i preparativi per la cena iniziavano già nei giorni precedenti la Notte Santa. Al riguardo, la tradizione orale racconta come in quella circostanza il consumo di tutte le pietanze preparate diventasse un obbligo. E proprio per questo motivo, spesso e volentieri, si ammonivano i bambini a mangiare abbondantemente, altrimenti una terribile megera chiamata “Maria Puntaborru” (in alcuni paesi del Campidano) o “Palpaeccia” (in molti paesi dell’interno), avrebbe tastato il loro ventre durante il sonno e se questo fosse risultato vuoto, avrebbe infilzato la loro pancia con uno spiedo appuntito oppure messo sul loro stomaco una grossa pietra per schiacciarlo.

 

Dopo la cena si era soliti intrattenersi ascoltando le storie e gli aneddoti di vita narrati dagli anziani. In alternativa, il momento d’attesa era trascorso facendo ricorso a giochi tradizionali come su barrallicu, arrodedas de conca de fusu, punta o cù, cavalieri in potu, tòmbula, matzetu e set’è mesu in craru. Con l’avvicinarsi della mezzanotte, i rintocchi delle campane avvisavano la popolazione dell’imminente inizio della “Messa di Natale”, Sa Miss ’e pudda, ovvero la “messa del primo canto del gallo”.

 

In tale circostanza tutte le chiese venivano addobbate con una gran quantità di ceri. L’atmosfera natalizia e l’alta concentrazione di gente che assisteva alla solenne funzione (ad eccezione delle donne in lutto che la notte restavano a casa e partecipavano alla prima orazione del giorno dopo) diventavano spesso fonte di baccano durante lo svolgimento delle sacre funzioni religiose e, in alcuni casi, capitava addirittura di udire archibugiate in segno di giubilo provenienti dal portone o, talvolta, dall’interno della chiesa stessa.

 

Ne è testimonianza ciò che accadde in occasione del Natale del 1878, quando, all’ora dell’elevazione dell’ostia, uno dei barracelli presenti al rito sparò una schioppettata nel presbiterio, cosicché il parroco sbigottito dovette affrettarsi a finire le funzioni religiose prima dell’ora stabilita. A tal proposito la Chiesa, già dal lontano passato, aveva sempre lamentato il perpetuarsi di questi inconvenienti, tant’è che i Sinodi di Cagliari degli anni 1651 e 1695, ad esempio, davano indicazioni ben precise al Clero locale, affinché: «… si vietino il chiasso e la gran confusione che si creano in chiesa in occasione delle grandi feste e … le notti di Natale, Giovedì e Venerdì Santo, … non si permetta il lancio di noccioline, nocciuole, dolci, ecc., … né si sparino archibugiate all’interno della chiesa, anche se per festeggiare il Santo. E se sarà necessario si invochi l’aiuto del braccio secolare per scongiurare questi eccessi».

 

In Barbagia non mancano tradizioni specifiche riferibili alle feste natalizie e di fine anno. A Bitti fino all’Epifania Su Nenneddu (un’antica piccola statua di Gesù Bambino) viene accolto di casa in casa (emigrati compresi) con canti e preghiere. Ancora a Bitti il 31 dicembre al termine del Te Deum il parroco si affaccia alla finestra della chiesa per lanciare Sas Bulustrinas, monetine e caramelle che scatenano la caccia dei bambini. Bimbi protagonisti anche a Orgosolo nella mattinata di San Silvestro quando viene ancora riproposta Sa candelarìa: gruppi di bambini girano di casa in casa per ricevere piccoli regali tra cui un pane tipico preparato per l’occasione. La notte tocca poi agli adulti che fanno visita alle coppie che si sono sposate nell’anno moribondo.

S’Istoria sarda in limba sarda. Di Francesco Casula.

  In unas cantas pimpirias, in televisione, apo contau s'istoria  sa literadura, sa poesia sarda.  - in sa de tres chistionende de s ...