giovedì 21 dicembre 2023

Carlos lo sciacallo. Di Vincenzo Maria D’Ascanio.


 

(21 Dicembre 1975) Un commando di sei persone condotto dal terrorista e mercenario venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, noto come Carlos (lo Sciacallo), fa irruzione nell'edificio del quartier generale dell’OPEC, a Vienna, e cattura sessanta ostaggi. Assoldato dal Fronte Popolare di liberazione della Palestina per uccidere due alti membri dell’OPEC, un ministro iraniano ed uno saudita, lo sciacallo non riesce a portare a termine con successo il progetto. Per lui viene emesso un mandato di cattura internazionale.

 

Carlos nasce il 12 ottobre 1949 a Caracas (Venezuela). Suo padre, un avvocato leninista, gli diede il nome Ilich traendolo dal patronimico di Lenin; i suoi fratelli si chiamano invece Vladimir e Lenin, le altre due componenti del nome completo del rivoluzionario sovietico. Studiò a Caracas e in seguito partecipò al movimento giovanile del Partido Comunista de Venezuela.

 

Nel 1959 Carlos avrebbe firmato il suo primo attentato nel 1973 a Londra, sparando contro il direttore di un grande magazzino. Carlos è considerato l'autore o l'ispiratore di vari attentati avvenuti in Europa negli anni 70’ e 80’. In particolare, nel 1982, organizza un attentato terroristico contro il treno Tolosa-Parigi sul quale avrebbe dovuto trovarsi l'allora sindaco di Parigi, Jacques Chirac. Il bilancio dell’azione sono cinque morti. Carlos fu soprannominato "Sciacallo" dalla stampa quando una copia del romanzo "Il giorno dello sciacallo" di Frederick Forsyth fu trovata tra i suoi beni personali.

Carlos sarebbe stato al centro di una rete terroristica internazionale e avrebbe avuto rapporti soprattutto con gruppi oltranzisti palestinesi e con gruppi terroristi tedeschi come la Raf. I suoi rifugi sono stati soprattutto in Siria e nello Yemen, ma la Kopp (la sua compagna) ha raccontato che anche la "Stasi" della Germania Est li ospitava.

 

 

Oltre al terrorismo, Carlos ha coltivato anche la sua romantica immagine di dandy vecchia maniera, affascinato dalle belle donne, gran bevitore, fumatore di sigari di qualità e nottambulo impenitente. Anche dopo il suo arresto ha avuto una love-story con la sua avvocatessa francese. Il 24 dicembre 1997 Carlos fu condannato all'ergastolo dalla Corte d'assise di Parigi per il triplice omicidio della rue Toullier del 27 giugno 1975. Alla lettura della sentenza, Carlos ha alzato il pugno chiuso gridando: "Viva la rivoluzione". Il 23 giugno 1999 la Cassazione ha respinto il ricorso e la condanna al carcere a vita è diventata definitiva. In seguito la Francia ha respinto la richiesta di estradizione presentata dall'Austria per il sequestro dei ministri dei paesi Opec (Vienna 1975).

 

Nel giugno 2003, Ramírez Sánchez pubblicò una collezione di scritti dal carcere, col titolo di "Islam Rivoluzionario", dove cercò di spiegare e difendere le sue attività come parte di un conflitto di classe. Dal carcere parigino della Santé, Carlos ha rilasciato due interviste a quotidiani italiani in cui ha parlato del caso Moro, di Ustica e della strage di Bologna e ha detto anche di ritenere probabile una nuova azione delle Brigate rosse.

 

Nel 2004 la commissione bicamerale d'inchiesta sul caso Mitrokhin, istituita dal Parlamento italiano, si è recata a Parigi per acquisire carte sul terrorista in riferimento ai suoi rapporti con la rete dei servizi dell'Est. Nello stesso anno, inutile viaggio a Parigi del pm romano Franco Ionta per interrogare il terrorista venezuelano nell'ambito della nuova inchiesta sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro.

 

Il 2 agosto 2010, Carlos rilasciò un'intervista al quotidiano online AgoraVox riguardo alla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980: scagionando i neofascisti, egli parlò delle responsabilità della CIA nell’organizzazione dell’atto terroristico. Secondo la ricostruzione, "yankee, sionisti e strutture della Gladio" fecero brillare un ordigno al fine di distruggere un carico di armi trasportato da palestinesi o da esponenti dell'FPLP; lo scopo era quello di far ricadere su questi ultimi la responsabilità dell'attentato.

 

Vincenzo D’Ascanio

Vincenzo Pillai. A sette anni dalla sua scomparsa 21-12-2016. Di Francesco Casula.


 

Ricordando l'amico il compagno di tante battaglie per una Sardegna più sarda, più libera, più prospera, più bella. Ecco la nota che scrissi in quella occasione

 

Ci ha lasciato Vincenzo Pillai: una vita sulle barricate. Vincenzo Pillai, in una notte selargina insolitamente fredda, il 21 dicembre scorso, alle 3, colpito da un infarto, ci ha lasciato. Due giorni dopo il 23, sempre a Selargius,in una mattinata tersa e soleggiata, quasi a favorire la partecipazione al suo fumerale, una folla di amici e compagni, lo accompagnavano al cimitero, a due passi da casa sua. Moltissimi i giovani che, pur nel rispetto di quel rito doloroso, ad intervalli regolari e ritmandolo lanciavano lo slogan, affettuoso e battagliero insieme: Vincenzo vive/e lotta insieme a noi/Le nostre idee non moriranno mai.

 

Pillai era nato 75 anni fa a Ventimiglia, da padre sardo di Gergei, emigrato, e da madre genovese che lo lascerà orfano, a soli 10 anni.. Dopo il liceo nella cittadina ligure ritornava in Sardegna, a Cagliari dove concluderà l’Università laureandosi in Storia e Filosofia. Intanto parteciperà al Movimento studentesco dove sarà un leader prestigioso e riconosciuto. Iinconfondibile nelle assemblee come nelle manifestazioni del ’68, con le sue camicie a quadri rossi e neri, eschimo verde d’inverno, fisico asciutto, capelli lunghi, con una barba fluente che riempiva un viso altrimenti smunto. Barba e capelli con il tempo si ingrigiranno ma le sue camicie saranno sempre le stesse.

 

Finito il ’68 e con esso esauritasi quell’ondata “rivoluzionaria”, che pure avrebbe cambiato costumi e comportamenti, molti di quei protagonisti, con il “riflusso”, si ritireranno. Anzi, un’intera generazione di giovanotti, si sdraierà nei salotti del Potere, un tempo criticato, contestato e aborrito. A rigirare fra le dita cartacce e scartoffie o a mistificare storia e storie, elucubrando l’ideologia del pentimento.

 

Pillai invece continuerà, imperterrito e impenitente, per ben mezzo secolo: fino alla sua morte. Non si adeguerà. Ne cederà al ripiegamento interiore, al vittimismo, alla lamentazione sterile e generica o all’attesa passiva in cui consumarsi a inghiottire il pianto.

La sua esistenza sarà integralmente e totalmente dedicata all’attività sindacale e politica militante. Senza compromessi. Instancabile e disinteressata. Senza cercare e tanto meno pietire prebende. Fuori e contro le camarille di potere: di qualsiasi colore.

 

Sempre in prima fila nella lotta e nella protesta, a fianco dei più deboli. Per una Sardegna più bella. Libera. Contro le basi militari, e le scorie nucleari. Per il lavoro, per la difesa e la valorizzazione della lingua sarda.

È stato un combattente senza sosta. Un guerriero nuragico. Un comunista eretico. Scomodo, Sempre controcorrente. Coerente, Rigoroso. Generoso. Forse anche “irragionevole”. Ma di quella irragionevolezza di cui parlava un caustico esponente della cultura europea del primo Novecento, Bernard Shaw, quando affermava che l’uomo ragionevole si adatta al mondo, l’uomo irragionevole vorrebbe adattare il mondo a se stesso: per questo ogni progresso dipende dagli uomini irragionevoli.

 

Di Francesco Casula.

mercoledì 20 dicembre 2023

Soru e il dialetto “stretto.” Di Pier Franco Devias.


 

Ho letto l’articolo di Repubblica che vorrebbe descrivere la situazione preelettorale in Sardegna. Un articolo che trasuda tutto il pregiudizio antisardo tipico del liberalismo radical-chic italiano con la puzza sotto il naso e il maglioncino in cachemire sulle spalle. Un articolo che pretende di essere talmente sfacciatamente a favore di Todde che nella foga di presentare Soru come una macchietta finisce per allestire il mercatino dei luoghi comuni sui sardi.

Nel classico bestiario delle cose “oddio, tzardoo” non poteva mancare il richiamo alla faida e al pane carasau, anche se né l’una né l’altra cosa hanno a che vedere con la campagna elettorale. Chissà quanto è stata dura non infilarci da qualche parte anche la pecora. E insomma nel tentativo di presentare un Renato Soru poco attraente per il salotto buono della sinistra rosè il giornalista segnala che “tiene comizi solo in dialetto stretto”. Si riferisce al suo intervento in sardo di domenica scorsa.

 

Intanto non si tratta di comizi, poi non li tiene “solo” in sardo (tentativo maldestro di farlo risultare vagamente fanatico) ma “anche” in sardo. E scusate se i sardi hanno il difetto di parlare anche in sardo. Ma poi la chicca è proprio il concetto di “dialetto stretto”.

Allora. Sul fatto che il sardo sia una lingua a sè e non una qualche variante di altra lingua, lo sanno tutti fuorchè evidentemente a Repubblica e nei salotti dove si preparano gli articoli. Però la cosa bella è proprio quello “stretto”. In che senso “stretto”? C’è un modo di parlare il sardo non stretto?

 

Che so, avete mai visto un giornalista italiano dire cose tipo “Il candidato all’Eliseo ha tenuto il suo discorso in francese stretto”? Che cosa può voler indicare quello “stretto” assieme a “dialetto” se non il tentativo di presentare Soru, e con esso tutti i sardi che amano la propria cultura, come retrogradi ottusi, chiusi al mondo e alle sua novità? Ma veramente pretendono di dipingere Soru come uno chiuso alle novità del mondo solo perché ha utilizzato, valorizzandola e normalizzandola, la lingua del suo popolo?

 

Davvero Repubblica e il suo corrispondente ambientino politico radical-chic pretendono di ridicolizzare e denigrare Soru (facendo fare per risultanza, secondo loro, bella figura a Todde) con questo armamentario degno di Alfredo Niceforo? E alla fine giusto per dare quel tocco di colonialismo (parola che non si deve mai usare, come ha redarguito Todde a Cagliari) il giornalista spiega che per capire ciò che ha detto Soru deve attendere che i suoi colleghi “indigeni” gli facciano la traduzione. Non so se avete mai sentito un giornalista italiano dire che attendeva la traduzione del discorso di Netanyahu da parte dei giornalisti indigeni.

 

Ebbene, mi presto io, da fiero indigeno di questa terra, a tradurgli cosa ha detto Soru. Ha detto che dobbiamo camminare sulle nostre gambe, essere propositivi, costruire il nostro futuro e riportare i nostri giovani a vivere qui e fare crescere questa nostra bellissima terra. Ha detto che dobbiamo essere orgogliosi di noi stessi e prepararci ad affrontare le grandi sfide del futuro, per far si che questa isola diventi l’avanguardia della cultura, della scienza, della proposta sostenibile, del rispetto dell’ambiente, del lavoro giusto e rispettato. E lo ha detto, spontaneamente, nella lingua che è di questo popolo da mille anni, e che non ci vergogniamo più di parlare e di difendere, nonostante abbiate cercato per decenni di sradicarla e di farcene vergognare.

 

Ecco, questo ha detto. E noi siamo orgogliosi di essere al fianco dell’unico presidente della storia autonomistica sarda che spiega il suo programma in sardo, ai sardi, per la Sardegna.

 

Per voi è normale che un presidente italiano parli in italiano agli italiani. Anche noi stiamo cercando di normalizzare questo fatto che dovrebbe essere neutro e non dovrebbe scandalizzare nessuno, scrollandoci di dosso decenni di autorazzismo e di ridicolizzazione indotta della nostra identità. E continueremo a farlo. Nonostante gli articoli di Repubblica e del suo corrispondente ambiente politico.

 

Pier Franco Devias

martedì 17 ottobre 2023

Sul conflitto arabo israeliano. Di Vincenzo M. D'Ascanio.


 

L’Accordo di Balfurd non fu l’unica dichiarazione effettuata dagli inglesi a favore di uno Stato Ebraico. L’accordo “Sykes Picot” era un accordo segreto tra francesi e inglesi dove di sottolineava che alla fine della guerra proprio francesi e inglesi si sarebbero divisi il Medio Oriente (inglesi e francesi, i grandi colonizzatori anche della nostra epoca, come dimostrano le pilotate guerre civili in Africa).

In sostanza, inglesi e francesi si divisero l’impero ottomano decaduto alla fine della guerra. Con una serie di accordi, alla Palestina spettò di essere dominata dall’Inghilterra, che propose un protettorato inglese su un territorio che in seguito sarebbe spettato agli ebrei.

Ad ogni modo il processo doveva essere lento, ma gli ebrei cominciarono a spostarsi verso Gerusalemme ancor prima che fosse dichiata l’esistenza dello Stato Ebraico. Naturalmente da questo atteggiamento gli arabi si accorsero che gli inglesi non avrebbero mai mantenuto le loro promesse (un grande Stato ebraico), ma era troppo importante avere un “avamposto occidentale,” se così lo possiamo chiamare, che vegliasse sui territori in questione.

Dunque gli ebrei, anche sollecitati dalla dottrina “Sionista” cominarono a spostarsi. Inizialmente nell’area erano presenti 60.000 ebrei e 700.000 arabi (1918).

Nel 1922 gli ebrei arrivarono presto a 84.000. L’incremento fu supportato anche da una politica cher permettesse agli ebrei di costruirsi fabbriche e diverse attività commerciali nella zona oppure le aziende agricole, chiamate Kibbuz.

L’immigrazione degli ebrei verso la Palestina fu controllata dai britannici, e gli stessi inglesi furono coloro che  collaborarono con gli inglesi per la costituzione dell’Hachanà, ovvero l’organizzazione militare che aveva il compito di difendere le proprietà dei coloni ebrei (è bene sottolineare che la crisi del 29’ arrivò a colpire anche i palestinesi, che vendettero i loro territori agli ebrei che, anche supportati dall’esterno, non avevano mancanza di liquidità.)

Tuttavia gli arabi si resero conto che gli ebrei stavano per diventare un numero sempre maggiore, per questo cominciarono i primi dissidi, alimentati anche dal fatto che l’Inghilterra non inviò delle truppe a difendere i coloni. Questo fatto portò gli ebrei ad autodifendersi andando a formare due gruppi distinti per fronteggiare gli arabi: “Irgun” e la “banda Stern,” che si sarebbe occupata nello specifico delle azioni terroristiche sia contro gli arabi, ma anche contro gli inglesi.

Nel frattempo la radicalizzazione politica ci fu anche da parte degli arabi, con la creazione della “Mano Nera,” che oltre agli atti terroristici invitò gli arabi a scioperare contro i datori di lavoro ebraici, e invitando alla “Guerra Santa,” che doveva essere condotta sia verso gli ebrei, sia verso gli inglesi. La radicalizzazione continuò sino al 1939, anno in cui il primo ministro inglese, Chamberlain, emanò “Il libro bianco”:  al posto di dividere la Palestina il paese sarebbe stato unificato, con la presenza equanime di ebrei e palestinesi e con la supervisione del governo inglese.

Tuttavia limitare l’immigrazione ebrea non fu una decisione particolarmente saggia, anche perché nel 1939 il nazismo era al massimo della sua espansione, e proprio nel 1939 i nazisti avevano invaso la Cecoslovacchia, spedendo migliaia di persone nei campi di concentramento dell’Europa Orientale.

Inoltre i palestinesi si trovarono coinvolti nella seconda guerra mondiale “dalla parte sbagliata”, perché Italia e Germania promisero ai Palestinesi che non ci sarebbe mai stato l’avvallo di uno Stato Ebreo, ovvero quello che in seguito sarebbe diventato Israele.

Quando la guerra finì la questione della Shoah portò con sé un senso di colpa callettiva verso il popolo ebraico. Questo indusse il governo inglese ad abbandonare la questione dell’immigrazione del popolo ebraico verso la “Terra Santa,” e la stessa Inghilterra passò il problema alla neonata organizzazione mondiale, ovvero l’ONU.

Questa varò la risoluzione 181, che in sostanza separò il neonato Israele, o meglio, la sua area in due Stati: agli ebrei sarebbe spettato il 55% del territorio, mentre il 44% sarebbe spettato agli arabi. L’1% sarebbe riventata una zona franca.

Gli arabi non considerarono equa la distribuzione delle terre, e dal quel momento cominciarono i dissidi che continuano ancora oggi. Naturalmente, tra il passato e l’attuale presente sono avvenute delle guerre, come quella dei “6 gioni,” senza contare le guerriglie denominate “intifade”.

Quando gli inglesi si ritirarono dalla Palestina, gli israeliani si dichiararono indipendenti il 14 Maggio 1948. Immediatamente 5 nazioni: Egitto, Libano, Giordania, Siria e Iraq invasero Israele. Tuttavia questi eserciti non si unirono mai sotto un unico commando, e la Giornania e quello iracheno si limitarono a occupare la Cisgiordania e la Transgiordania.

Gli arabi furono sbaragliati dal piccolo esercito israeliano, tuttavia i veri sconfitti furono i palestinesi: oltre 750.000 furono costretti ad abbandonate la terra esraeliana,

e furono reinsediati in Cisgiordania e soprattutto nella striscia di Gaza. Al termine della guerra la superfice d’Israele aumentò dal 55% al 78%, riducendo la quantità dei palestinesi al 22%. A oggi e in seguito alle diverse guerre quel 22% si è ridotto all’11%, tra l’altro formate da una sorta di isole separate le une dalle altre


Vincenzo M. D'Ascanio.

martedì 25 luglio 2023

Mussolini viene arrestato su ordine del re.


 

(25 Luglio 1943) Si riunisce il Gran Consiglio del fascismo, in una seduta che rimarrà nella storia. Durante una tempestosa riunione, durata dieci ore, Benito Mussolini viene messo in minoranza. L'ordine del giorno redatto da Dino Grandi, che aveva ottenuto l’assenso di Galeazzo Ciano e Giuseppe Bottai, chiedeva che Mussolini restituisse i poteri attribuiti al Re dallo Statuto, e che il capo del fascismo aveva sottratto a Vittorio Emanuele III (che di certo non aveva fatto nulla per opporvisi). Il documento rappresentava di fatto un’aperta sconfessione di tutto l’operato del Duce. L’ordine del giorno passa con 19 “sì” contro 8 “no” e un’astensione. Il re chide le dimissione a Mussolini e lo fa arrestare.

 

L'indomani, 25 luglio, Mussolini si recò a Villa Savoia, residenza reale all'interno del grande parco che oggi è Villa Ada (all'epoca residenza privata del sovrano), per un colloquio con il Re, che gli aveva fatto sapere che lo avrebbe ricevuto alle 17. Vi si recò accompagnato dal segretario De Cesare, con sotto braccio una cartella che conteneva l'ordine del giorno Grandi, varie carte, e la legge d’istituzione del Gran Consiglio, secondo cui l'organismo aveva solo carattere consultivo. Il Re gli comunicò la sua sostituzione da presidente del consiglio con il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio.

 

Il capitano dei carabinieri Paolo Vigneri fu incaricato di eseguire l'arresto. Venne convocato telefonicamente con il collega capitano Raffaele Aversa intorno alle ore 14:00 del 25 luglio dal tenente colonnello Giovanni Frignani, il quale espose loro le modalità di esecuzione dell'ordine di arresto spiccato nei confronti del Duce.

 

Vigneri ricevette termini drastici per la consegna ad ogni costo del catturando e si avvalse, per portare a termine la missione, oltre che di Aversa di tre sottufficiali dei Carabinieri (Bertuzzi, Gianfriglia e Zenon), i quali in caso di necessità erano autorizzati a usare le armi.

Badoglio (a cui il re aveva affidato il potere) instaurò un governo militare. Dietro suo ordine il 26 luglio il capo di stato maggiore, generale Mario Roatta diramava una circolare telegrafica alle forze dell'ordine e ai distaccamenti militari, la quale disponeva che chiunque, anche isolatamente, avesse compiuto atti di violenza o ribellione contro le forze armate e di polizia, o avesse proferito insulti contro le stesse e le istituzioni sarebbe passato immediatamente per le armi.

 

La circolare ordinava inoltre che ogni militare impiegato in servizio di ordine pubblico che avesse compiuto il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell'ordine, o avesse disobbedito agli ordini, o avesse anche minimamente vilipeso i superiori o le istituzioni sarebbe stato immediatamente fucilato. Gli assembramenti di più di tre persone andavano parimenti dispersi facendo ricorso alle armi e senza intimazioni preventive o preavvisi di alcun genere.

 

Costituita la Repubblica Sociale Italiana il 28 settembre 1943 ad opera dello stesso Mussolini, liberato da quel di Campo Imperatore dai paracadutisti tedeschi del Fallschirmjäger-Lehrbataillon («Operazione Quercia»), i membri del Gran Consiglio che avevano votato a favore dell'ordine del giorno Grandi furono condannati a morte come traditori nel processo di Verona, tenutosi dall'8 al 10 gennaio 1944. Mussolini di fatto era un pupazzo nelle mani di Hitler. Cianetti, grazie alla sua ritrattazione, scampò alla pena capitale e venne condannato a 30 anni di reclusione. Tuttavia i fascisti repubblichini riuscirono ad arrestare solo 5 dei condannati a morte (Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi) che furono giustiziati mediante fucilazione l'11 gennaio 1944. Mussolini non riuscì a salvare nemmeno suo genero.

 

lunedì 24 luglio 2023

Hiram Bingham, scopre “Machu Picchu"


 

(24 Luglio 1911) L’esploratore e archeologo statunitense Hiram Bingham, scopre “La città perduta degli Inca”: Machu Picchu (dai termini quechuamachu – che significa "vecchio" – e pikchu, traducibile con "cima" o "montagna), sito nelle Ande peruviane. Guidato da Melchor Arteaga, e accompagnato da un sergente della guardia civile peruviana, Bingham raggiunge l’antichissima città e, consapevole dalla meraviglia del luogo, chiede il sostegno dell'Universita di Yale, della National Geographic e del governo peruviano per avviare lo studio del sito.

 

Dal 1912 Bingham dirige gli scavi archeologici, riportando alla luce le meraviglie della civiltà Inca. L’anno successivo, con la pubblicazione di un articolo sulla rivista National Geographic, la città perduta inizia a farsi conoscere nel mondo, raggiungendo un’indiscutibile fama internazionale. Collocata a m 2048 s.l.m., vi si trovano monumentali testimonianze di una città formata da diversi quartieri come il presidio militare, la residenza reale, il “centro sacrale agricolo.” I cosidetti terrazzamenti circondano le costruzioni e servivano alla coltivazione della coca e di altri prodotti).

 

Probabilmente costruita nell’ultimo quarto del 14° secolo Avanti Cristo, la città si sviluppa intorno a una vasta piazza, cui si accede mediante articolate scalinate. Tra le strutture maggiori si annoverano: il Palazzo della Principessa, il Torrione (o Osservatorio solare), il Gruppo reale, il Tempio delle tre finestre, la Sacrestia, il Tempio principale, l’Intihuatana, il Tempio della luna, il Gruppo dei Mortai, il Gruppo delle tre porte.

 

Si suppone che la città fosse stata costruita dall'imperatore inca Pachacútec e sia rimasta abitata fino alla conquista spagnola del 1532. La posizione della città era un segreto militare ben custodito, in quanto i profondi dirupi che la circondano erano la sua eccellente difesa naturale..

 

Difatti, una volta abbandonata, la sua collocazione rimase sconosciuta per ben quattro secoli. Scoperte archeologiche, unite a recenti studi su documenti coloniali, mostrano che non si trattava di una normale città, quanto piuttosto di una residenza estiva per l'imperatore e la nobiltà Inca. Si è calcolato che non più di 750 persone alla volta potessero risiedere a Machu Picchu e probabilmente durante la stagione delle piogge o quando non c'erano nobili, il numero era ancora minore.

 

Machu Picchu fa parte dei Patrimoni dell'umanità stilati dall'UNESCO, eletto nel nel 2007 come una delle Sette meraviglie del mondo moderno. È il terzo sito archeologico più grande del mondo dopo gli scavi di Pompei e Ostia Antica: nel 2003, più di 400mila persone hanno visitato le rovine e l'UNESCO ha espresso preoccupazione per i danni ambientali che un tale volume di turisti può arrecare al sito.

 

Vincenzo Maria D’Ascanio.

giovedì 20 luglio 2023

Ricordando il G8 di Genova



 

Proprio in questi giorni del Luglio 2001 andai a Genova. Dovevo lavorare per la stagione estiva, ma volevo partecipare al G8. Ero curioso, da tempo i giornali ne parlavano e la tensione si alzava, ma non potevo prevedere che sarebbe accaduto l'irreparabile. Avevo già partecipato ad altre manifestazioni, ma nessuna aveva sopportato il carico di apprensione di quel G8, e soprattutto nessuna era mai stata di quella portata.

 

Il nostro gruppo non era particolarmente numeroso, la manifestazione era cominciata il giorno precedente. Tuttavia, tra i compagni presenti nella nave circolava una voce sempre più insistente, di cui non si comprendevano gli esatti contorni: era stato ucciso un ragazzo, ma non si comprendevano le ragioni e soprattutto non si sapeva se fosse uno dei nostri dei nostri o uno dei loro, pur constatando amaramente che, in ogni caso, una giovane vita era stata spezzata. In effetti, qualcuno mi disse che era stato ucciso un membro delle forze dell'ordine. "Se c'era tensione," pensai, "ora scoppia un putiferio..."

 

L'indomani, al risveglio, notai che il nostro traghetto era circondato da elicotteri, e quando uscii sul ponte vidi che la nave non attraccava nel porto di Genova, ma piuttosto in un piccolo porto non lontano. Camionette dei Carabinieri e della Polizia ci aspettavamo alle fine della scalette, per altro col mitra spianato. Domandai a un ragazzo come potevo arrivare a Genova: lui mi rispose che tutta le strade erano bloccate per decisione del Prefetto, e alla mia modeste lamentele mi disse degli incidenti e della morte di un manifestante. Quando si tolse il casco lo guardai con maggiore attenzione: poteva avere la mia stessa età, 19 o al massimo 20 anni.

 

Soltanto in seguito compresi che proprio la giovane età di Carabinieri o Poliziotti si sarebbe rivelato un fattore determinante, proprio in relazione ai disordini: quando si tratta di gestire l'ordine pubblico è necessaria esperienza, perché in determinati casi la giovane età non è buona consigliera.

A conti fatti mi resi conto che in nessun caso sarei arrivato a Genova. Quella mattina provai un profondo rammarico, perché nella mia facoltà di Scienze Politiche si era parlato a lungo della manifestazione. Inoltre ero certo che vi avrei incontrato altri compagni arrivati dalla Sardegna. Resta ancora il pensiero di come sarebbe stato parteciparvi in prima persona, e non soltanto viverla attraverso i racconti degli altri. Non so, una parte di me, a Genova, voleva esserci ma un'altra parte, quella più debole, mi sussurrava che forse era stato meglio così. Uno dei classici conflitti interiori combattuti tra i tanti "io" che mi compongono.

 

In questa foto, scattata circa dieci anni dopo al Circolo PRC di Quartu S. Elena, presentavo il mio libro insieme a Giuliano Giuliani, il padre di Carlo, il ragazzo ucciso durante gli scontri. Per me fu un grande onore, per questo ringrazio il compagno Manrico Casini per avermi dato la possibilità di conoscere una persona straordinaria. Su quel G8 si è detto tanto, ma nessuna parola, nessuna immagine, potrà eguagliare il mio ricordo degli occhi di Giuliano. Lui Carlo l'ha visto nascere, l'ha visto prima bambino e poi adolescente, l'ha osservato dare i primi calci a un pallone, forse l'avrà accompagnato nel suo primo giorno di scuola... e infine l'ha visto diventare un ragazzo, purtroppo mai un uomo.

 

Sarò stucchevole, ma considero che quella notte non sia stata inutile. Inoltre, oggi vivo nell'assoluta convinzione che le battaglie (non comprese) di quella generazione, se accolte avrebbero reso il nostro pianeta più giusto e vivibile. Protestavamo contro le guerre preventive, che tanti danni hanno creato nel mondo. Chiedevano regole per il lavoro, che poi furono annientate, soprattutto, chiedevamo un mondo più umano, lontano dalle logiche del profitto e della globalizzazione. Ora penso a quelle parole che ci etichettavano, come no global, che oggi ha perso quasi senso, se penso ai sovranismi di questi ultimi anni.

 

Appunto, “noi” non eravamo di certo sovranisti, eravamo “no global,” una cosa ben diversa, anche se può dar luogo a confusione. Il nostro movimento voleva contrastare la deriva del capitalismo, che voleva annullare le specificità dei popoli per omologarli, al fine trasformare i cittadini in meri consumatori. Essere un no global non significava valorizzare le specificità, per escludere gli altri. Significava piuttosto ricordare quanto fosse unico ogni essere umano, e quanto fosse speciale ogni popolo, coi suoi costumi, la sua religione, le sue consuetudini, senza che queste si trasformassero in conflitto di civiltà.

 

Per questo penso che quella manifestazione non sia stata inutile, come non è stata inutile la morte di Carlo, anche se di certo evitabile. Quel G8 mi ricorda sempre che, alla fin fine, credevo e spendevo il mio tempo per degli ideali giusti, e anche se il mondo sembra averci dimenticato, conservo sempre quella positiva sensazione di essere stato e di essere ancora oggi dalla parte giusta della barricata, anche se vent'anni sono passati e, come la società che mi circonda, anch'io posso dirmi cambiato, ma solo nel mio strato più superficiale. A livello dell'epidermide.


Vincenzo Maria D'Ascanio

S’Istoria sarda in limba sarda. Di Francesco Casula.

  In unas cantas pimpirias, in televisione, apo contau s'istoria  sa literadura, sa poesia sarda.  - in sa de tres chistionende de s ...