venerdì 23 febbraio 2024

"Se qualcuno piangera' al mio funerale, non gli parlerò mai più". (Stan Laurel, in arte "Stanlio")


 

(23 Febbraio 1965) Muore a Santa Monica, Stan Laurel, pseudonimo di Arthur Stanley Jefferson. In Italia, è per tutti Stanlio, del duo comico Stanlio & Ollio. Nato in Inghilterra nel 1890, Laurel comincia a lavorare nel 1909 con Charlie Chaplin, col quale recita nella compagnia teatrale di Fred Karno. Nel 1917 recita nel suo primo film e dieci anni più tardi, in "The Second Hundred Years", appare per la prima volta in coppia con Oliver Hardy, Ollio. Il successo, in tutto il mondo, sarà immediato e strepitoso.

 

Nato in una famiglia di attori, esordì in Inghilterra in spettacoli di music hall e di circo; nel 1910 partecipò a una prima tournée della compagnia di Fred Karno negli Stati Uniti (nella quale figurava anche Charlie Chaplin, di cui egli era il sostituto), seguita da una seconda nel 1912. L'abbandono di Chaplin, ingaggiato da Mack Sennett, mise in crisi la compagnia e Laurel, intanto stabilitosi negli Stati Uniti, formò il Keystone Trio.

Nonostante avessero lavorato in una stessa comica già nel 1917 Laurel e Hardy (Ollio) si incontrarono nel 1926 in "Get 'em young". Dopo alcuni film con ruoli minori, debuttarono da protagonisti nel 1927 in Putting pants on Philip di Clyde Bruckman, in cui, pur non avendo ancora completamente definito i loro personaggi, diedero prova del loro dirompente potenziale comico (Ollio è un deputato americano, attento al decoro ed alla rispettabilità, la cui vita viene sconvolta dall'arrivo di un nipote scozzese, con tanto di kilt, che finisce per perdere l'indumento intimo sotto il gonnellino e che ha l'abitudine di inseguire le fanciulle attraenti).

Nacquero in rapida successione i primi grandi successi della coppia: "Liberty" (1929) di Leo McCarey, nel quale i due eroi finiscono in cima a un grattacielo in costruzione portando all'esasperazione, con il loro inconfondibile stile; "They go boom" (1929; Esplosione) di James Parrott, in cui Ollio è a letto con il raffreddore, e i suoi starnuti, non meno che gli espedienti di Stanlio per porvi rimedio, provocano la distruzione della casa con scoppio finale del materasso gonfiato con il gas di cucina.

 

Affiatati e molto amici, i due comici raramente passavano il tempo insieme fuori dal set, perché avevano diverse abitudini: Stanlio passava gran parte della sua giornata sul set e in sede di montaggio. Ollio, invece, era un tipo mondano, che passava le sue giornate sui campi di golf (grande passione della sua vita), alle corse dei cavalli, ma la sua vita privata la lasciava a casa quando era sul set, dove pendeva dalle indicazioni di Stanlio su cosa fare in scena.

 

Laurel morì alle 13:45 del 23 febbraio 1965, all'età di 74 anni, nella Suite 203 dell'Hotel Oceana a Santa Monica, appartamento nel quale viveva con la moglie sin dal novembre 1958 Hardy, invece, era morto qualche anno prima. Il funerale fu celebrato alla Church of the Hills del cimitero di Forest Lawn di Hollywood Hills, ove la salma fu poi cremata e tumulata.

 

giovedì 22 febbraio 2024

Per una Sardegna che non cede ai colonialisti, vota una Sardegna libera. Di Pier Franco Devias.


 

Se andate a Roma troverete antiche colonne fatte di marmo e granito sardo. A Torino trovate bellissimi palazzi regali, e tutto intorno una rete ferroviaria tra le più fitte d'Europa. Le splendide avingudas e avenidas di Barcellona e di Madrid sono accompagnate da sontuosi palazzi che portano il nome di antiche e potenti famiglie baronali.

 

Tanta parte di questa grandezza è stata costruita sul sangue e sul sudore della nostra gente, per secoli. Abbiamo arricchito dinastie e onorevoli banditi di ogni sponda del Mediterraneo, e abbiamo dovuto combattere di padre in figlio, di madre in figlia, per duemila anni per cercare di difendere la nostra santa libertà. Oggi tornano ancora all'assalto, con nuove servitù coloniali. Dopo quelle militari, petrolchimiche, culturali, turistiche, oggi ci vogliono invadere con la servitù energetica per ingrassare ancora il capitalismo parassitario italiano. Ma non vi siete ancora stancati di essere colonia, e di vivere in miseria per arricchire le potenze straniere?

 

Per quanto tempo ancora volete sopportare proconsoli e arrendadores nostrani che lavorano al soldo di avidi affaristi stranieri? Noi siamo sempre qui. Siamo i discendenti di quella gente libera, siamo ancora sul campo di battaglia a difendere la nostra gente, contro tutto e contro tutti, senza paura di niente e di nessuno. Non ci siamo stancati e mai ci stancheremo di combattere.

 

Adesso tu puoi decidere se far governare la Sardegna da chi l'ha sempre difesa o da chi l'ha sempre messa la servizio degli interessi stranieri. Devi scegliere, devi schierarti. Ti chiedo di schierarti dalla parte della nostra gente e del suo diritto a vivere felice sulla sua terra. Aiutaci a ricostruire questa grande nazione e a ridarle la dignità che merita. Questa è la tua grande occasione.

Non fuggire.

Non tradire.

Difendi la Sardegna.

Vota Liberu.

#Liberu

#CoalizioneSarda

 

Pier Franco Devias.

Cecoslovacchia. I comunisti salgono al potere. Di Vincenzo Maria D’Ascanio.


 

(22 Febbraio1948) In Cecoslovacchia, il Partito comunista assume il potere con un colpo di stato. Dopo aver stipulato un patto d'azione con i socialisti, il presidente del Consiglio, il comunista Klement Gottwald, estromette gli altri partiti. Il 25 febbraio, i comunisti occupano militarmente la sede del Partito socialdemocratico dove è riunito il comitato centrale. Il 7 giugno il presidente socialdemocratico Edward Benes si dimette, dopo aver rifiutato di sottoscrivere la nuova costituzione comunista. Già sotto l' influenza sovietica dopo la seconda guerra mondiale, la Cecoslovacchia entra definitivamente nell' orbita dell'Urss.

 

Vi fu una forte resistenza all'interno del governo verso l'influenza russa sulla politica cecoslovacca, e Gottwald istigò una serie di purghe, prima per rimuovere i non-comunisti, ma poi anche per i comunisti stessi. I principali comunisti che divennero vittime di tali purghe erano gli accusati ai Processi di Praga, tra cui Rudolf Slánský, segretario generale del Partito, Vladimír Clementis (Ministro degli Esteri) e Gustáv Husák (leader di un corpo amministrativo responsabile per la Slovacchia), che fu poi rimosso dall'ufficio per "nazionalismo borghese." Clementis fu giustiziato nel dicembre 1952, e centinaia di altri ufficiali di governo furono mandati in prigione. Husák fu riabilitato negli anni sessanta e divenne Presidente della Cecoslovacchia nel 1975.

 

Nella famosa fotografia del 21 febbraio 1948, descritta anche in Il libro del riso e dell'oblio di Milan Kundera, Vladimír Clementis sta di fianco a Gottwald. Quando Clementis fu accusato nel 1950, fu anche cancellato dalla fotografia (insieme al fotografo Karel Hájek) dalla propaganda di stato. Gottwald morì nel 1953, solo cinque giorni dopo aver partecipato ai funerali di Stalin a Mosca, il 9 marzo, a causa della rottura di un'arteria provocata da problemi di cuore; Gottwald era affetto dalla sifilide e la sua salute inoltre era provata dall'alcoolismo. Nel 1953 gli fu eretto un mausoleo, al posto del monumento di Jan Zizka nel quartiere di Žižkov, Praga. Tuttavia, nel 1962, il corpo fu rimosso e cremato su richiesta della famiglia. Gli successe nella carica di Presidente Antonín Zápotocký, Primo Ministro della Cecoslovacchia dal 1948 al 1953

 

 

Vincenzo Maria D’Ascanio

martedì 20 febbraio 2024

“Paul Marcinkus. Quando la Banca Vaticana nuotava nel fango.” Di Vincenzo Maria D’Ascanio.


 

(20 Febbraio 2006) Muore a 84 anni nella sua casa di Sun City, nel deserto dell’Arizona, Paul Marcinkus, ex-presidente dello Ior, Istituto per le Opere di Religione, in parole povere “la Banca Vaticana.” Nato nel 1922 a Cicero, il sobborgo di Chicago noto per aver dato i natali ad Al Capone, da una famiglia di immigrati lituani, Paul Casimir aveva cinque fratelli e il padre si guadagnava da vivere pulendo i vetri degli uffici. La vocazione si manifesta abbastanza presto: a tredici anni si iscrive a una scuola della diocesi e a diciotto si trasferisce nel seminario maggiore di St. Mary of the Lake a Munderlein, in Illinois, dove studia filosofia e teologia. L’arcivescovo si porta nella tomba segreti e verità mai rivelate su alcune delle vicende italiane più controverse degli anni ’70 e ‘80, dal crack del Banco Ambrosiano al rapimento di Emanuela Orlandi.

 

Nel 1952, mentre si trovava a Londra per una ricerca, fu raggiunto da una lettera del Vaticano che lo invitava a trascorrere due mesi presso la sezione inglese della Segreteria di Stato. I professori della Gregoriana avevano infatti segnalato il nome di don Paul al factotum di Pio XII, monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. Quel periodo di prova divenne definitivo. E Marcinkus si trasformò poco a poco nel punto di riferimento romano per tutti gli americani.

 

Un soprannome azzeccato, data l’imponente stazza del prelato americano. Nel 1969 il Papa lo consacra vescovo e lo trasferisce alla guida allo Ior, pur non avendo Marcinkus alcuna competenza di banche e finanza. Passano pochi anni, e nel 1972 il suo nome viene tirato in ballo nello scandalo dei titoli azionari falsificati che il Vaticano avrebbe acquistato dalla mafia. Marcinkus fu accusato di avere avuto contatti non solo con la loggia massonica P2, ma anche con Cosa Nostra e la Banda della Magliana. Chi sostiene la tesi dell’uccisione di Giovanni Paolo I, vede in Marcinkus uno dei mandanti e degli occultatori del delitto. Sicuramente, fra Papa Luciani e l’arcivescovo americano c’erano fortissimi contrasti sui valori etici e sui sistemi con cui questi gestiva la Banca Vaticana.

 

Le carte e i documenti spulciati dai liquidatori dell’Ambrosiano e dai magistrati descrivono transazioni per centinaia di milioni di dollari dalle società fantasma di Calvi allo Ior. Per 11 anni la banca vaticana, grazie al suo status “offshore” fece da intermediaria per le operazioni del “banchiere di Dio” che nel 1982 morirà impiccato sotto il ponte dei Frati neri nel cuore di Londra.

 

A inguaiare l’intraprendente arcivescovo furono le famose lettere di patronage, concesse dallo Ior a Roberto Calvi nel momento in cui l’impero di scatole cinesi dell’Ambrosiano cominciava a sfaldarsi. Con quelle lettere, la banca vaticana confermava che “direttamente o indirettamente” esercitava il controllo su Manic.S.A. (Lussemburgo), Astolfine S.A (Panama), Nordeurop Establishment (Liechtenstein), U.T.C. United Trading Corporation (Panama), Erin S.A (Panama), Bellatrix S.A (Panama), Belrosa S.A (Panama), Starfield S.A (Panama). 


La “prova” delle colpe di Marcinkus, secondo gli inquirenti che chiederanno il suo arresto per concorso in bancarotta fraudolenta, mai concesso dal Vaticano. In realtà, esisteva anche un’altra lettera, a firma di Calvi, che sollevava la banca della Santa Sede da ogni responsabilità. Ingenuo e desideroso di aiutare un compagno d’affari che gli offriva week-end di lavoro alle Bahamas o complice di operazioni sporche? Nessuno saprà mai fino in fondo la verità.

 

Il 20 febbraio 1987, Marcinkus sfugge, grazie all’immunità vaticana, al mandato d’arresto spiccato dalla magistratura italiana. Per ben 7 anni, dopo lo scandalo dell’Ambrosiano, rimane a capo della Banca Vaticana. Esce di scena solo alla fine degli anni ’90, quando fa ritorno all’arcidiocesi di Chicago, per poi trasferirsi definitivamente a Sun City. Non racconterà mai agli inquirenti la “sua” verità.

venerdì 16 febbraio 2024

Ivan il terribile. Di Vincenzo Maria D’Ascanio.


 

(16 Febbraio 1987) Si apre a Gerusalemme il processo contro John Demjanjuk. Nato in Ucraina ed emigrato negli Stati Uniti, l’uomo è accusato di essere “Ivan il Terribile”, un ufficiale delle SS divenuto tristemente noto per aver sterminato 28 mila ebrei nel lager di Sòbibor. La corte lo condanna a morte nel 1988, ma la sentenza non verrà mai eseguita: Demjanjiuk viene rilasciato in appello perché non ci sono abbastanza prove che sia effettivamente lui il “boia di Sòbibor”. Tuttavia negli anni a venire si apriranno altri processi contro di lui.

 

Le indagini sul passato di Demjanjuk durante il periodo dell’Olocausto cominciarono nel 1975. In seguito ai processi negli Stati Uniti, nel corso degli anni Demjuamjuk perse due volte la cittadinanza americana, subì una volta l’ordine di deportazione e fu dunque estradato dagli Stati Uniti per due volte per essere processato, prima in Israele e poi in Germania. Il recente processo in Germania, terminato nel maggio del 2011, potrebbe essere stato l’ultimo a vedere imputato un criminale di guerra del periodo nazista. In questo caso, esso rappresenterebbe la fine di 65 anni di procedimenti cominciati con il Tribunale Militare Internazionale e i processi di Norimberga del 1945.

 

Alcuni avvenimenti del passato di Demjanjuk non sono mai stati messi in discussione: nato nel marzo del 1920 a Dobovi Maharyntsi (Ucraina sovietica) e successivamente arruolato nell’armata rossa, Demjanjuk fu catturato dalle truppe tedesche durante la battaglia di Kerch, nel maggio del 1942. Dopo la guerra, nel 1952, Demjanjuk emigrò negli Stati Uniti dove ottenne la cittadinanza nel 1958. Dopo essersi stabilito a Seven Hills, Ohio, nei sobborghi di Cleveland, lavorò per molti anni in una fabbrica della Ford.

 

Il processo a Demjanjuk si aprì a Gerusalemme il 16 febbraio 1987. L’accusa sostenne che quando Demjanjuk fu imprigionato dai Tedeschi, egli si offrì volontario per far parte dell’unità speciale delle SS di stanza nel campo di addestramento di Trawniki (vicino a Lublino, in Polonia) dove aveva poi lavorato come istruttore nel corpo di polizia ausiliario che doveva venire assegnato all’Operazione Reinhard, il piano cioè che prevedeva l’eliminazione di tutti gli Ebrei della Polonia occupata.

 

L’accusa sostenne che Demjanjuk fosse la guardia del centro di sterminio di Treblinka conosciuto dai prigionieri come “Ivan il Terribile” incaricato del funzionamento e della manutenzione dei motori diesel usati per pompare monossido di carbonio nelle camere a gas del campo. Diversi sopravvissuti ebrei del campo di Treblinka identificarono Demjanjuk come “Ivan il Terribile”, una prova fondamentale della sua presenza nel centro di sterminio.

 

Il 18 aprile 1988 fu dichiarato colpevole di tutti i reati dei quali era accusato, e una settimana dopo fu condannato a morte. Il verdetto venne tuttavia revocato il 29 luglio 1993 da cinque giudici della Corte Suprema israeliana, sulla base di dichiarazioni rilasciate da ex-guardie di Treblinka ai sovietici durante i processi penali contro i cittadini ucraini che avevano collaborato con i nazisti come forze ausiliari durante la guerra. Secondo le stesse dichiarazioni il vero cognome di Ivan era Marchenko e non Demjanjuk questo documenti furono recuperati dopo il crollo della Cortina di Ferro). Nel 1993 venne dunque scarcerato e riportato negli Stati Uniti, dove gli fu riconcessa la cittadinanza.

 

Vincenzo Maria D’Ascanio

martedì 13 febbraio 2024

Il bombardamento di Dresda, un inutile massacro degli alleati a guerra ormai conclusa. Di Vincenzo Maria D’Ascanio.


 

 

(13 Febbraio1945) E’ la sera di un martedì grasso quando a Dresda la prima ondata di aerei alleati inizia a bombardare la città. In tre giorni di raid anglo americani, il capoluogo della Sassonia viene raso al suolo. La “Firenze tedesca” è messa a fuoco da 4.500 tonnellate di bombe incendiarie e esplosivi: moriranno 18 mila persone.

 

L'attacco fu condotto congiuntamente dalla Royal Air Force britannica e dalla United States Army Air Force ed avvenne fra il 13 e il 14 febbraio 1945. Il 13 febbraio 1945 più di 800 aerei inglesi volarono su Dresda, scaricando circa 1.500 tonnellate di bombe esplosive e 1.200 tonnellate di bombe incendiarie. Il giorno dopo la città fu attaccata dai B-17 americani che in quattro raid la colpirono con altre 1.250 tonnellate di bombe.

 

I bombardieri alleati rasero al suolo gran parte del centro storico di Dresda con un bombardamento a tappeto, causando una strage di civili, con obiettivi militari solo indiretti. Il bombardamento notturno della RAF creò una "tempesta di fuoco", con temperature che raggiunsero i 1500 °C. Lo spostamento di aria calda verso l'alto e il conseguente movimento di aria fredda a livello del suolo, crearono un fortissimo vento che spingeva le persone dentro le fiamme, fenomeno già osservato in altri bombardamenti (per esempio quello ad Amburgo del 1943) e talvolta indicato col nome di tempesta di fuoco.

 

Col passare delle ore, il vento caldo sempre più forte e l'altissima temperatura non permisero più alcuno spostamento: l'aria calda degli incendi dei vecchi quartieri attirava aria fredda dalla periferia, provocando una potentissima corrente d'aria che a tre ore dal bombardamento si trasformò in un ciclone. L'equipaggio di un bombardiere statunitense, tornato nelle ore successive, vide arrivare a 8 000 metri travi di legno e ogni tipo di materiale, sollevato da una forte corrente ascensionale.

 

I circoli intellettuali britannici mostrarono analoghi segni di preoccupazione. Secondo Max Hastings, i bombardamenti alle città tedesche nel 1945 erano ormai scarsamente rilevanti rispetto all'esito della guerra. Inoltre Dresda era una città particolarmente cara agli intellettuali europei. Il suo bombardamento fu la prima occasione in cui l'opinione pubblica alleata ebbe fondatissimi motivi per dubitare della linea politica e militare dei propri leader. Lo stesso Churchill, che aveva sostenuto con decisione l'attacco, cercò poco dopo di prenderne le distanze.

 

Vincenzo Maria D’Ascanio.

Relegare in Sardegna tutti gli ebrei italiani?“ Il pensiero di Emilio Lussu considerato da Francesco Casula.


 Pubblico la parte più interessante di un articolo di Lussu sugli Ebrei, il fascismo e la Sardegna. Chissà cosa ne penserebbe oggi il capitano dei rossomori sugli ebrei ieri brutalmente vittime e oggi altrettanto brutalmente carnefici. Notare una curiosità: a un certo punto gli “scappa”, quasi dal sen fuggita, la locuzione di “Una Repubblica sarda indipendente”. Per la verità anche in un’altra occasione utilizzò questa espressione, nell’opera “Diplomazia clandestina”. Noi invece sappiamo che Lussu è un federalista convinto non un indipendentista. L’articolo è corposamente intriso dell’ironia lussiana, o meglio, come lui stesso riconoscerà, “Di quell’ironia che è sarda. E’ sarda atavicamente…”.

 

Giustizia e Libertà, 21 ottobre 1938 Le Journal des Débats pubblica, tra il serio ed il faceto, uno scritto in cui si attribuisce a Mussolini il proposito di relegare in Sardegna tutti gli ebrei italiani. Con i tempi che corrono, queste cose vanno prese sempre sul serio. Come sardo, nato in Sardegna e rappresentante di sardi, io mi considero direttamente interessato […] . Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani vengano a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno accolti da fratelli.

 

La famiglia semitica uscirà rafforzata da questa nuova fusione. Semitici con semitici, ariani con ariani. Mussolini va lodato per tale iniziativa. Anche perché rivela, verso noi sardi, un mutato atteggiamento. Nel 1930, davanti a un giornalista e uomo politico francese che gli aveva fatto visita, pronunziò parole e propositi ostili contro l’isola fascisticamente malfida, e affermò che avrebbe distrutto la nostra razza, colonizzandoci con migliaia di famiglie importate da altre regioni d’Italia. Egli mantenne la parola e popolò le bonifiche sarde di migliaia di romagnoli e di emiliani.

 

Ma, a difesa della razza sarda, vigilavano impavide le zanzare, di pura razza semitica. L’immigrazione ariana è stata devastata dalla malaria e ora non ne rimane in piedi che qualche raro esemplare superstite. Con gli ebrei, sarà un’altra questione. Essi saranno i benvenuti per noi e per le zanzare fedeli, le quali saranno, con loro, miti e discrete come lo sono con noi.

 

Sardi ed ebrei c’intenderemo in un attimo. Come ci eravamo intesi con gli ebrei che l’imperatore Tiberio aveva relegato nell’isola e che Filippo II di Spagna scacciò in massa. Quello fu un gran lutto per noi. Ben vengano ora, aumentati di numero. Che razza magnifica uscirà dall’incrocio dei due rami! Per quanto federalista e autonomista, io sono per la fusione dei sardi e degli ebrei. In Sardegna, niente patti federali. I matrimoni misti si faranno spontanei e la Sardegna sarà messa in comune. E quando saremo ben cementati, chiederemo che ci sia concesso il diritto di disporre della nostra sorte.

 

L’Europa non vorrà negare a noi quanto è stato accordato ai Sudeti. Una Repubblica Sarda indipendente sarà la consacrazione di questo nuovo stato di fatto. Il presidente, almeno il primo, mi pare giusto debba essere un sardo, ma il vice-presidente dovrà essere un ebreo. Modigliani può contare sul nostro appoggio che gli sarà dato lealmente. Penso che dovremmo respingere la garanzia delle grandi potenze mediterranee e svilupparci e difenderci da noi stessi. Se gli ebrei d’Europa e d’America vorranno accordarci la decima parte di quanto hanno speso in Palestina, è certo che la Sardegna diventerà, in cinquant’anni, una delle regioni più ricche e deliziose del mondo, la cui cultura non avrà riscontro che in poche nazioni avanzate.

 

Ciò non toglie che i nostri rapporti non possano essere buoni, inizialmente, anche con l’Italia ariana; ma, da pari a pari. Vi sarà uno scambio di prodotti, e noi potremo, data la ricchezza delle nostre saline, rifornire l’Italia ariana, specie di sale, che ne ha tanto bisogno.

 

Naturalmente, non accoglieremo tutti gli ebrei italiani. Ve ne sono parecchi che, per noi, valgono gli ariani autentici. Il prof. Del Vecchio [2], per esempio, noi non lo vogliamo. E vi saranno parecchi ariani di razza italica che noi terremo a fare semitici onorari. Problemi tutti che risolveremo presto e facilmente. V’è la questione del re-imperatore che, come si sa, ha fatto la sua fortuna come re di Sardegna. Si ha l’impressione che il decalogo razzistico sia stato compilato anche per lui.

 

Non esiste infatti nessuna famiglia, in Italia, meno italiana della famiglia reale: essa non appartiene più alla razza italica pura. Di origine gallica, i matrimoni misti l’hanno corrotta a tal punto che il sangue straniero vi è in predominio palese. E il principe ereditario, figlio di una montenegrina, è sposato con una belga-tedesca; una principessa con un tedesco, e un’altra con uno slavo-bulgaro. Ariani ma non italiani.

 

La futura repubblica sarda sarà magnanima anche col re di Sardegna. Lo accolse l’isola, fuggiasco dall’invasione giacobina, lo accoglierà ancora una volta, profugo dal dominio ariano-italico. L’isola dell’Asinara gli sarà concessa in usufrutto fino all’ultimo dei suoi discendenti. E potrà tenervi corte, liberamente, a suo piacere. Colpisce invece che, per restare alla stessa fase storica, sia pressoché assente nella nostra memoria collettiva la deportazione di qualcosa come 50.000 sardi, a seguito della spedizione di Tiberio Sempronio Gracco nel 237 a.C. o, secondo altri, a seguito di quella del nipote omonimo nel 175 a.C. Sono i “sardi venales”, sardi di poco valore economico, perché per la loro quantità fecero crollare il prezzo degli schiavi. Perché in effetti la rimozione di quella lontana deportazione di 50.000 sardi fa compagnia all’oblio pressoché totale della deportazione di circa 290 sardi, tra politici ed ebrei, e di circa 12.000 internati militari sardi nei lager nazisti. E si trattava nella stragrande maggioranza di giovani. Una enormità di gente nostra allora e oggi. Fino a pochi anni fa, questa realtà restava totalmente sconosciuta ai più e, nel migliore e raro dei casi, il nome di una via in qualche nostro paese serbava il ricordo ormai smemorizzato.

 

Francesco Casula

S’Istoria sarda in limba sarda. Di Francesco Casula.

  In unas cantas pimpirias, in televisione, apo contau s'istoria  sa literadura, sa poesia sarda.  - in sa de tres chistionende de s ...